6×6

6×6

Da qualche giorno ho finito un rullino da dodici foto scattate con questo prodigio della tecnica giapponese, credo fine anni 70.

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Il senso di questa impresa alquanto inutile ed anacronistica non mi è ancora del tutto chiaro, ma ormai l’ho portata a termine. Certo, amo gli oggetti cosiddetti vintage, la fotografia analogica, quella di una volta, camera oscura e tutto il resto, ma probabilmente il risultato finale avrà una qualità confrontabile con ciò che avrei potuto scattare con un qualsiasi Smartphone di medio livello, se andrà bene e sarò stato bravo. Più probabilmente le foto avranno difetti di varia natura. Inoltre anche a livello economico l’impresa presenta i suoi limiti: tra acquisto del rullino, sviluppo e stampa se ne andranno una ventina di euro almeno. Infine dovrò attendere un bel po’ di giorni per sapere se le foto sono venute scure, mosse o se avrò colto quell’espressione di mia figlia che tanto mi piace. Insomma: chi me lo ha fatto fare?

Scattare le dodici foto è stato un po’ come percorrere un cammino a tappe. Un breve pellegrinaggio a ritroso nel tempo, un viaggio lento e scomodo verso una meta familiare. Ogni foto è stato un piccolo evento a sé. Ogni scatto non è stato ripetuto come ormai si fa oggi comunemente per essere sicuri del risultato e poter scegliere, ogni scatto è stato unico e irripetibile. Ogni scatto ha ricevuto una cura che ha richiesto tempo, anche perché ogni scatto aveva un costo. Ogni scatto è stato frutto dell’analisi di piccoli dettagli tecnici, luce ed inquadratura. Ad ogni scatto il mio occhio è andato istintivamente verso la pancia della macchina, per verificare il risultato, e ad ogni scatto la macchina mi ha ricordato che avrei dovuto aspettare la fine del rullino per sapere qualcosa.

Ogni scatto è stato anche un esperimento di fisica. Ogni scatto è stato come seguire nel suo percorso la luce che avrebbe impressionato la pellicola, viaggiare con lei. E si perché questa Yashica è un laboratorio di ottica ambulante. Dal pozzetto si vede l’immagine rovesciata, e inquadrare il soggetto non è banale. La messa a fuoco in questa biottica richiede l’utilizzo di una piccola lente d’ingrandimento, la giusta profondità di campo richiede ragionamenti sofisticati. L’utilizzo del flash poi… ah! Il flash non c’è.

Il percorso dei dodici scatti è stato quindi un tributo a tappe alla lentezza, alla cura nel dettaglio, al lavoro artigianale, all’unicità del momento, bello o brutto che sia.

Le foto avranno il formato 6×6, ovvero saranno quadrate, una cosa che solo a pensarci sconcerta. Infine lo scatto è avvenuto spesso dal basso, all’altezza dell’ombelico, quindi nei ritratti si avrà un punto di vista anomalo del soggetto.

Insomma: non vedo l’ora di ammirare il risultato di questi dodici scatti, non appena troverò il modo di sviluppare il rullino!

 

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