Blood on the tracks

Blood on the tracks

Il premio Nobel per la letteratura assegnato recentemente a Bob Dylan ha ricevuto numerosi commenti di varia natura. Il premio è stato assegnato con la seguente motivazione: “For having created new poetic expressions within the great American song tradition.”

Alcuni hanno criticato la decisione di dare lo stesso premio vinto in passato da Montale o Pirandello ad un cantante, altri hanno esultato giudicando la cosa come uno sdoganamento della musica popolare.

Io interpreto il premio come sorta una provocazione. Qualcosa che potrebbe essere tradotto in questo modo:

“Cari letterati, spesso presuntuosi ed arroganti, sappiate che non siete gli unici a fare poesia né tanto meno letteratura. Ci sono altri che, senza studiare troppo, improvvisando due rime e strimpellandoci sopra uno strumento, riescono ad ottenere risultati equivalenti ai vostri in termini artistici, emozionando le masse che oltre tutto li ripagano ampiamente in soldi e popolarità: non siate invidiosi, fatevene una ragione.”

La provocazione è stata talmente grande che lo stesso Dylan è a lungo rimasto senza parole!

La provocazione è legittima, ma dal mio punto di vista rischia di produrre effetti controproducenti. Se infatti da un lato Bob Dylan non rappresenta certamente uno strimpellatore improvvisato bensì le lotte e i sogni di una generazione intera, dall’altro a mio avviso assegnare un premio così importante ad un cantante, seppure di livello elevato, potrebbe diventare un pericoloso precedente.

Non è tanto il Bob Dylan a spaventarmi quindi, quanto tutti i suonatori e rimatori improvvisati che quotidianamente bussano alle porte di qualche talent sperando di farsi notare. Gli stessi che poi, una volta selezionati e con un contratto in tasca, si sentiranno legittimati a farsi chiamare artisti e si atteggeranno da tali dopo aver eseguito le loro composizioni da tre minuti, non uno di più per contratto.

Si potrebbe obbiettare che anche la letteratura ha le sue regole, che anche un sonetto segue degli “standard”, che un romanzo troppo lungo non si pubblica, che non è il tempo dedicato allo studio o a limar avverbi a fare l’artista, che il genio è innato e che Mozart a quattro anni…

Inoltre chi deciderà il “valore artistico” di un cantante? Il pubblico, sarebbe da pensare, ma purtroppo di solito a questo i cantanti giungono già selezionati dai discografici, che agiscono seguendo quasi esclusivamente le logiche di mercato e dei sondaggi. Difficile non notare che il cantante vincitore di un talent italiano non sia la copia conforme del suo omologo inglese. Come decidere quindi quale cantante merita di essere considerato artista e quale no? Come premiarne uno di una lingua diversa da quella inglese, considerata anche la motivazione del premio stesso? E infine, come riuscire a parlare di arte di fronte a testi amatoriali, una volta privati della musica, e musiche rudimentali, non appena eliminati i testi?

Anche qui si potrebbe obbiettare che anche gli artisti di un tempo erano piegati a committenti e leggi di “mercato”. E che la canzone va valutata nel suo complesso, parole e musica…

Non ci resterà che fidarci dei discografici e del mercato, nel frattempo il mio amico Luca comincia a confidare in un Nobel anche per il suo amato Boss.

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