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Autore: Giovanni Di Nicola

Incipit

Incipit

Ci sono giorni in cui le cose vanno così di traverso e gli imprevisti si allineano così perfettamente, che pare di scorgerci un disegno superiore, una volontà divina al contrario, se si può dire. Giorni sorprendenti, lastricati di contrattempi e destinati a lasciare piccole, profonde tracce.

Formazione a testuggine

Formazione a testuggine

In camera non asciughiamo neanche i capelli. Ci infiliamo le prime cose che troviamo tutte e tre, Marisa, la sua contagiosa voglia di vivere e io.
Torniamo nel salone delle feste che nel frattempo si è riempito. La serata danzante è al culmine, con l’orchestrina già schierata e operativa.
Al microfono si alternano un uomo e una donna di mezza età, entrambi dotati di voce squillante. Quando non canta, l’uomo soffia dentro a un sassofono e io non posso che ripensare alle parole di Tiziano su questo strumento. Va be’, un po’ anche a John Coltrane. Quando non canta, la donna percuote invece un tamburello di quelli della tradizione popolare e muove a sussulti due lunghissime gambe generosamente in mostra.
Non saranno virtuosi, ma i due sono oggettivamente coinvolgenti. Il loro repertorio spazia dai classici sanremesi ai tormentoni recenti, attraversando balli di gruppo esasperati e facendo dolorose tappe nella tradizione folk romagnola, in occasione delle quali il cantante depone il sax e imbraccia una fiammante fisarmonica.
Al solo annuncio di una Macarena, alcuni colleghi cominciano ingiustificatamente a ululare e si scatenano, sciogliendo il circolo del precedente ballo e disponendosi automaticamente in formazione a testuggine, goffi ma senza curarsene: aquagym da terraferma! Altri sono seduti ai tavoli o in piedi a bordo pista. Quasi tutti, anche quelli meno attivi, sembrano divertirsi.
«Andiamo Paoletta, la Macarena chiama!»
«No, Marisa, ora non mi va, poi ti raggiungo.»
Ballerò, farò questa cosa, forse, ma che almeno il brano sia decente. Ci dovrà essere una buona scusa per rendersi ridicoli: liriche con qualche significato, musiche con abbozzo di melodia. Marisa invece parte, a lei basta una Macarena, si infila in un varco dell’ultima fila dello schieramento e si allinea, poco distante dallo Scovilla. Dopo qualche movimento a vuoto, si sincronizza con il resto dei centurioni. I balli di gruppo sono così, la sincronia della legione è fondamentale per sconfiggere il comune nemico, il buon gusto. Non credo che saprei farlo.
Anche adesso come in piscina la formazione ripete gesti insensati, questa volta scimmiottando i due cantanti. Equilibrio precario diffuso.
No, forse non ballerò.
«Posso offrirti da bere?»
Questo non l’ho proprio visto né sentito arrivare. Un uomo elegantissimo mi sta porgendo sotto il naso la schiuma tracimante di una birra media, in questi giorni vengo abbordata un po’ ovunque. Io sono in jeans e ho ancora i capelli bagnati di piscina, mentre lui è di un’eleganza profumata da stordire. Non è bello, ma neanche brutto. Un uomo normale, vestito tutto di nero, tranne per alcuni accessori bianco sporco: la cravatta, il fazzoletto che sporge dal taschino e le scarpe lucide da ballo.
Ho sete, ma non accetto la birra, magari c’è disciolta qualche polverina e finisce male.
Il rifiuto non scalfisce il nuovo arrivato. Meglio così: non resto da sola.
Attacca la schiuma e con voracità dimezza quella che poteva essere la mia birra media. D’accordo, non c’era nessuna polverina e ora ho ancora più sete. Si presenta ufficialmente, abito scuro e baffi di schiuma: «Comunque io mi chiamo Angelo». Estrae da qualche taschino un biglietto da visita profumato e afferma tante cose che la Macarena mi censura, forse posizione aziendale o punti salienti della biografia. Cerca di essere rassicurante e a tratti ci riesce.
Quando esplode la Lambada, percepisco distintamente il suo: «Me lo concedi questo ballo?»
«Più avanti vediamo.»
Tendenzialmente no. Se la canzone mi piace o se mi offri un’altra birra che io non sarò così scema da rifiutare di nuovo, forse. Per il momento perdo l’occasione di strofinarmi contro un angelo.
La formazione a testuggine si scoglie e si improvvisano improbabili coppie, Marisa e lo Scovilla per citarne una, prima o poi doveva accadere. Chi non trova l’adeguato compagno di Lambada si appoggia a bordo pista, in attesa di balli migliori.
Il fatto è che, anche volendo, non avrei proprio idea di come muovermi. Angelo batte il piedino ritmicamente e ogni tanto sorride. Ha due gote rosse rosse che gli conferiscono un’aria gioviale, da romagnolo dedito al Sangiovese, da cacciatore senza mira.
Cambia musica ancora, ora l’orchestra invita tutti a fare come Simone… Pare sia molto semplice. Le coppie improvvisate si sciolgono, di contro i ballerini si aggregano in piccole compagini autonome. Marisa sparisce,
ingurgitata da un gruppetto di scatenati, poi riappare e a distanza mi invita a raggiungerla e salvarla con gesti eloquenti.
L’angelo rubizzo mi parla ancora, io annuisco e penso a chissà come farà Simone e se è vero che è molto semplice: a me non pare proprio. Stimolata, racconto due cose sul mio conto, ma senza troppo entusiasmo. Potrebbero essere le prime righe di un generico curriculum, a pensarci bene. Sto ancora parlando quando Angelo mi interrompe: «Scusa un attimo…» E se ne va risoluto, verso un collega immaginario dall’altra parte della sala.
Sono così noiosa?
Resto sola e assetata, a giudicare il mondo.
Mi guardo attorno, il team building sta per finire e questa è l’ultima attività organizzata. Stasera solo ballo e, salvo qualche cartello piazzato qua e là, nessuno ha tentato di istruirci: niente di esperienziale, lasciati soli a noi stessi, allo zolfo e ad altre opzioni facoltative, all’aquagym, alla passeggiata nel bosco, alle danze di gruppo. Meglio così.
Vado al bar e ordino la birra che devo a me stessa. Nel frattempo Simone lascia la scena a Gianna, donna dal fiuto eccezionale per il tartufo, scatenando il delirio: Marisa balla scalza, con le scarpe in mano. Le varie compagini sono ormai fuse in un unico grande gruppo che si muove scoordinato, in circolo. Nessuna traccia della formazione a testuggine, ora è girotondo e anarchia! Al gruppo si è aggiunto anche Angelo che, con la mia birra ormai in circolo, balla sereno. Anche lui mi fa gesti da lontano, sguardo un po’ perso nel vuoto, guanciotte sempre più rosse e cravatta attorno alla testa a mo’ di fascia. Non saprei.
È il momento dei Village People. Sbuffo scocciata, cercando di trovare almeno un lato positivo in questa penosa vicenda: non è ancora partito il trenino. I ballerini invece si entusiasmano di più e, stroboscopici, indicano punti a caso del salone, come prevede la prassi.
Poi, sarà la birra sommata al vino cotto bevuto in piscina e all’altro vino offerto da Filippo, sarà quest’atmosfera da balera alla buona, sarà Marisa scalza che in lontananza continua a farmi gesti, sarà Angelo che rotea la cravatta neanche fosse un lazo, sarà questa colonna che può stare su anche senza di me, sarà che non posso aspettarmi dall’orchestrina Fauré o dal sassofono John Coltrane, insomma, sarà quel che sarà… mi decido.
Poso il bicchiere e mi butto in pista.

E adesso Zumba!

E adesso Zumba!

In piedi e nella parte esterna della piscina, un uomo dalla corporatura importante evidenziata da una calzamaglia nera comincia a sbracciarsi senza mezzi termini, invitando tutti a seguire i suoi movimenti al grido di battaglia: «It’s aquagym time!»
Una musica esplode, violenta e festosa. Le cuffiette arancioni si radunano ai piedi dell’uomo dalla corporatura importante, non solo muscoli per la verità, e cominciano a seguire i suoi movimenti in maniera tutt’altro che coordinata. Tra sbuffi alcalino-sulfurei e schizzi da sbracciate sconnesse, una burrasca di vapore e acqua mi censura a tratti i colleghi. Rare macchie arancioni riemergono dalla tempesta, non appena il ritmo della musica si placa e l’uomo in calzamaglia comincia a roteare oscenamente il bacino. Per fortuna la cosa dura poco. Cambia il brano musicale e cambia il ritmo dell’uomo in calzamaglia, che ora annuncia: «E adesso Zumba!»
Un boato accoglie l’annuncio. È il brano del momento, o almeno di qualche estate appena trascorsa. Il capobranco comincia un andirivieni frenetico che termina con un calcio al vento, prima di ripartire nel verso opposto.
Non riesco a vedere come i colleghi riescano a replicare il calcio, per loro all’acqua, ma presto alcuni perdono il ritmo sbattendo contro altri che procedono in verso contrario. Gli incidenti comunque non creano problemi, tutt’altro: gli ingorghi aumentano lo spasso. I colleghi meno giovani sembrano maggiormente a proprio agio con il concetto di sincronia. Chissà se tutto ciò può già essere definito esperienziale?
A metà brano il maschio alfa impone al branco il cambiamento: «Braccia in alto!»
E mentre la moltitudine alza le mani divertita e saluta nervosamente la montagna, io sento crescere dentro un sentimento di insoddisfazione misto a malinconia, lo stesso sentimento che provo da una vita, forse già dalle elementari, la stessa frustrazione nel vedere gli altri divertirsi mentre io, un po’ timida e un po’ snob, non partecipo e di lato giudico.
Io superiore, che smonto dall’esterno ogni cosa, che colgo il ridicolo della situazione, che non prendo parte e che non mi godo mai niente. Anche oggi è così.
Sono tutti fortemente ridicoli e stupidi, ma si stanno divertendo.
Io, migliore di loro, sto un po’ male.
«Ora un classico. Gioca Jouer!»